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	<description>IL MAGAZINE DI FAREITALIA</description>
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		<title>Eurozona senza la Grecia?</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 17:47:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>naso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[di Francesca Siciliano Il conto alla rovescia è iniziato. Nel corso delle ore il lungo e minaccioso spettro di una possibile uscita della Grecia dall&#8217;euro sta diventando realtà. E sembra sia già pronto, come fosse un “coccodrillo”, il piano d&#8217;emergenza per il paese ellenico elaborato da Bce e Commissione Ue. La situazione è drammatica: il downgrade del titolo ellenico – Fitch ha declassato i conti pubblici di Atene a CCC, un gradino sopra il default – è preoccupante e l&#8217;ipotesi di default si sta prendendo in considerazione. L&#8217;ipotesi lanciata questa mattina dal commissario europeo al commercio, Karel De Gutch, nel corso di un&#8217;intervista al quotidiano fiammingo De Standard, è quella di un vero e proprio piano d&#8217;azione (una sorta di exit strategy messa in atto dagli Stati membri per evitare il peggio) qualora la Grecia decida di abbandonare l&#8217;euro per far ritorno alla dracma. «Un anno e mezzo fa poteva esserci il pericolo di un effetto domino – ha spiegato De Gutch – ma oggi ci sono, sia alla Bce che alla Commissione Europea, servizi che stanno lavorando su scenari d&#8217;emergenza nel caso che la Grecia non ce la faccia». È perentorio De Gutch e non lascia intravvedere alternative per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Francesca Siciliano</em></p>
<p>Il conto alla rovescia è iniziato. Nel corso delle ore il lungo e minaccioso spettro di una possibile uscita della Grecia dall&#8217;euro sta diventando realtà. E sembra sia già pronto, come fosse un “coccodrillo”, il piano d&#8217;emergenza per il paese ellenico elaborato da Bce e Commissione Ue.<br />
La situazione è drammatica: il downgrade del titolo ellenico – Fitch ha declassato i conti pubblici di Atene a CCC, un gradino sopra il default – è preoccupante e l&#8217;ipotesi di default si sta prendendo in considerazione. L&#8217;ipotesi lanciata questa mattina dal commissario europeo al commercio, Karel De Gutch, nel corso di un&#8217;intervista al quotidiano fiammingo De Standard, è quella di un vero e proprio piano d&#8217;azione (una sorta di exit strategy messa in atto dagli Stati membri per evitare il peggio) qualora la Grecia decida di abbandonare l&#8217;euro per far ritorno alla dracma. «Un anno e mezzo fa poteva esserci il pericolo di un effetto domino – ha spiegato De Gutch – ma oggi ci sono, sia alla Bce che alla Commissione Europea, servizi che stanno lavorando su scenari d&#8217;emergenza nel caso che la Grecia non ce la faccia». È perentorio De Gutch e non lascia intravvedere alternative per la salvezza dei greci se non quella di «mettere in atto gli accordi conclusi». Ma è altrettanto perentorio nel sostenere che un suo possibile addio non comporterebbe la fine dell&#8217;Eurozona.<br />
Il giallo sulla questione è nato pochi minuti dopo, quando è arrivata la smentita ufficiale da parte della Commissione Ue tramite la portavoce Mina Andreeva: «Questo non è lo scenario al quale stiamo lavorando. Tutto quello che abbiamo fatto finora e che stiamo facendo &#8211; ha affermato &#8211; è nella prospettiva di mantenere la Grecia nell&#8217;euro. E non commentiamo scenari irrealistici».<br />
La Germania ha replicato per bocca di un funzionario governativo, Silke Bruns, sdoganando definitivamente la possibilità reale dell&#8217;addio greco: «Il governo tedesco è pronto ad ogni eventualità, abbiamo delle responsabilità verso i nostri cittadini!».<br />
Bruxelles, ha tentato invano di non alimentare l&#8217;ipotesi di un piano già elaborato nei minimi dettagli, ma già qualche giorno fa il Direttore generale dell&#8217;Fmi, Christine Lagarde, aveva spiegato che l&#8217;uscita della Grecia dall&#8217;euro è un&#8217;opzione che va considerata perché le istituzioni finanziarie non possono farsi trovare impreparate se tutto ciò dovesse davvero concretizzarsi.<br />
Nonostante la troika Ue-Bce-Fmi auspica che la Grecia rimanga nell&#8217;Euro, rispettando gli impegni presi per la concessione dei prestiti &#8211; la stessa Merkel nel corso di una telefonata con Papoulias l&#8217;ha ribadito – tutti si preparano (chi più chi meno) al peggio. E non mancano gli “sciacalli”: la De La Rue – azienda inglese che produce banconote – a detta dei bene informati si starebbe muovendo per &#8220;restaurare&#8221; la dracma, recuperando una vecchia collezione di matrici di rame usata per la filigrana. Di fatto, dunque , l&#8217;allarme generale c&#8217;è e il rischio dell&#8217;effetto domino anche.<br />
Il nostro premier, ad esempio, giovedì sarà seduto al tavolo d&#8217;onore nella conferenza a cinque – con Merkel, Hollande, Cameron e Van Rompuy – sul quale per il momento c&#8217;è il massimo riserbo.</p>
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		<title>Hollande e la carica dei 34, il nuovo che avanza&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 15:33:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>moretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[di Cecilia Moretti La metà dei membri della neo squadra di governo francese sono donne, si è molto sottolineato. E il taglio del 30% sullo stipendio dei ministri è stato già confermato dal nuovo inquilino dell&#8217;Eliseo, si è ugualmente messo piuttosto in evidenza. In effetti, François Hollande, eletto di fresco alla presidenza francese, ha tenuto fede a uno dei punti fondamentali del suo programma con il taglio alla busta paga ministeriale e ha trovato un equilibrio di genere numericamente perfetto: i ministri di sesso femminile sono 17, ovvero esattamente tanti quanti i colleghi di sesso maschile. Ma è proprio sui numeri che, però, qualche appunto in più si potrebbe fare. 17 più 17, infatti, fa 34 ed è proprio questo il numero dei componenti della squadra di governo. Hollande ha dovuto accontentare le diverse anime del partito socialista e ha voluto riunire laddove ci sono state divisioni e spaccature, come ha spiegato nel suo discorso di investitura. Sarà dunque stato per accontentare proprio tutti o sarà forse stato per dispiegare una squadra pronta ad affrontare con competenza ogni ambito del governare. Di certo, però, il nuovo presidente francese non ha puntato sul basso profilo dei numeri, circondandosi di una squadra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Cecilia Moretti</em></p>
<p>La metà dei membri della neo squadra di governo francese sono donne, si è molto sottolineato. E il taglio del 30% sullo stipendio dei ministri è stato già confermato dal nuovo inquilino dell&#8217;Eliseo, si è ugualmente messo piuttosto in evidenza. In effetti, François Hollande, eletto di fresco alla presidenza francese, ha tenuto fede a uno dei punti fondamentali del suo programma con il taglio alla busta paga ministeriale e ha trovato un equilibrio di genere numericamente perfetto: i ministri di sesso femminile sono 17, ovvero esattamente tanti quanti i colleghi di sesso maschile.</p>
<p>Ma è proprio sui numeri che, però, qualche appunto in più si potrebbe fare. 17 più 17, infatti, fa 34 ed è proprio questo il numero dei componenti della squadra di governo. Hollande ha dovuto accontentare le diverse anime del partito socialista e ha voluto riunire laddove ci sono state divisioni e spaccature, come ha spiegato nel suo discorso di investitura. Sarà dunque stato per accontentare proprio tutti o sarà forse stato per dispiegare una squadra pronta ad affrontare con competenza ogni ambito del governare. Di certo, però, il nuovo presidente francese non ha puntato sul basso profilo dei numeri, circondandosi di una squadra decisamente molto consistente e con più del doppio dei componenti rispetto a quella del suo predecessore.</p>
<p>Ha destato scalpore l&#8217;assenza del segretario del partito socialista Martine Aubry &#8211; che, scartata per il ruolo di primo ministro a favore di Ayrault, ha a sua volta rifiutato la poltrona della Cultura -, si è notata una predominanza maschile nei dicasteri economici e in quelli maggiori (solo uno tra Interno, Giustizia, Difesa ed Esteri è toccato a una donna, con la giurista Christiane Tubira nel ruolo di guardasigilli) contro una maggioranza femminile in quelli sociali, c&#8217;è stata qualche polemica tra alcuni fedelissimi rimasti fuori per fare salvi equilibri di partito. Insomma, ci sono tutte le classiche dinamiche di contorno alla formazione di una squadra di governo, che, però, una peculiarità alla partenza ce l&#8217;ha, ed è la totale assenza di sobrietà nei numeri. Il nuovo governo (età media 52 anni) non si fa mancare niente e nella lista completa dei suoi dicasteri conta quello degli Esteri, dell&#8217;Educazione, della Giustizia, dell&#8217;Economia, delle Finanze e del Commercio estero, degli Affari sociali e della Sanità, dell&#8217;Eguaglianza dei territori, degli Interni, della Difesa, dell&#8217;Ecologia, della<br />
Cultura e comunicazione, dell&#8217;Agricoltura e agroalimentare, dell&#8217;Università e Ricerca, del Rilancio produttivo, del Lavoro, della Riforma dello Stato e Funzione pubblica, dell&#8217;Oltremare, dei Diritti delle donne, delle Politiche urbane, del Bilancio, dello Sport e giovani, della Giustizia, della Riuscita scolastica, dei Rapporti con il parlamento, degli Affari europei, degli Anziani, dell&#8217;Economia sociale, della Famiglia, dei Disabili, dello Sviluppo, dei Francesi all’estero, dei Trasporti ed economia marittima, di Pmi e innovazione, dell&#8217;Artigianato, di Commercio e Turismo, dei Veterani.</p>
<p>I migliori auguri di buon lavoro a questa ben nutrita e variegata squadra di governo, che alla partenza, però, nel proliferare di nomi e ruoli, carichi incarichi categorie e sottocategorie non ha precisamente le physique du rol del nuovo che avanza.</p>
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		<title>Se la Grecia è già fallita&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 09:16:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>moretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[di Simone Nastasi Per l’ex presidente della Federal Reserve Alan Greenspan la questione è chiusa da un pezzo: la Grecia è fallita. L’ex capo della Fed ai tempi di Bush figlio sono mesi che ripete il suo parere sulla questione greca. “Non c’è possibilità – disse tempo fa Greenspan &#8211; che la Grecia riesca a sopravvivere pagando tassi di interessi così elevati sul debito pubblico”. Qualcuno, sentendo l’ex guru della Fed pronunciarsi in maniera così netta sul destino finanziario di Atene, avrà forse pensato alla più classica e pessimistica approssimazione per difetto. D’altronde, agli Stati Uniti indebitati fino al midollo, un euro debole incapace di sostituire il dollaro come moneta di riserva agli occhi delle economie cosiddette emergenti, conviene sempre. La Cina, tanto per fare un esempio, è ad oggi il Paese che più degli altri detiene la più cospicua parte di titoli di debito emessi dal Tesoro americano. Questo significa che l&#8217;interesse primario di Pechino, che presenta i dati macroeconomici più interessanti soprattutto per il tasso di crescita in ragione al potenziale demografico sempre in aumento, è anche la salute finanziaria degli Stati Uniti d’America. Non è difficile intuire le conseguenze che potrebbero subentrare per il bilancio dell’ultima grande [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Simone Nastasi </em></p>
<p>Per l’ex presidente della Federal Reserve Alan Greenspan la questione è chiusa da un pezzo: la Grecia è fallita. L’ex capo della Fed ai tempi di Bush figlio sono mesi che ripete il suo parere sulla questione greca. “Non c’è possibilità – disse tempo fa Greenspan &#8211; che la Grecia riesca a sopravvivere pagando tassi di interessi così elevati sul debito pubblico”. Qualcuno, sentendo l’ex guru della Fed pronunciarsi in maniera così netta sul destino finanziario di Atene, avrà forse pensato alla più classica e pessimistica approssimazione per difetto. D’altronde, agli Stati Uniti indebitati fino al midollo, un euro debole incapace di sostituire il dollaro come moneta di riserva agli occhi delle economie cosiddette emergenti, conviene sempre.</p>
<p>La Cina, tanto per fare un esempio, è ad oggi il Paese che più degli altri detiene la più cospicua parte di titoli di debito emessi dal Tesoro americano. Questo significa che l&#8217;interesse primario di Pechino, che presenta i dati macroeconomici più interessanti soprattutto per il tasso di crescita in ragione al potenziale demografico sempre in aumento, è anche la salute finanziaria degli Stati Uniti d’America. Non è difficile intuire le conseguenze che potrebbero subentrare per il bilancio dell’ultima grande economia comunista così come di tutti gli altri grandi Stati, se il Tesoro statunitense non riuscisse più a ripagare in parte o in tutto i 15mila miliardi di dollari di debito attuali.</p>
<p>Dal canto suo a Washington conviene sempre sapere che in giro per il mondo c’è qualcuno pronto ad acquistare titoli di debito pubblico a stelle e strisce in ragione della certezza che gli americani i loro debiti prima o poi riescono sempre a pagarli. Dunque avrà pensato qualcuno, sentendo Greenspan parlare male della Grecia e dell’Euro, che l’ex capo della Fed, così facendo, stesse soltanto portando acqua al mulino suo e della sua moneta.</p>
<p>A mesi di distanza, però, varcata la soglia delle Idi di Marzo, mese in cui secondo le previsioni la Grecia avrebbe dovuto annunciare ufficialmente il suo fallimento, proprio ad Atene, dove il popolo è tornato a pronunciarsi senza che le elezioni tuttavia riuscissero a partorire un governo accettabile e duraturo, tornano i fantasmi del passato. Tornano le paure di un default. Si torna a parlare di uscita dall’Euro e delle sue possibili conseguenze. Si torna a ragionare sulle possibili vie di uscita; c’è anche tra i quotidiani italiani chi come il Giornale diretto da Sallusti che riporta la notizia di alcuni tra i più importanti tour operator che avrebbero già preparato un “piano B” contenente i prezzi di viaggi, soggiorni e le tariffe, non più espressi in euro ma in dracme, la moneta nazionale greca.</p>
<p>L’impressione è che anche le istituzioni finanziarie che dovrebbero preoccuparsi di salvare Atene dal fallimento non parlino la stessa lingua: se l’ex Governatore di Bankitalia Mario Draghi oggi alla guida della Bce ha detto che “Francoforte vuole Atene nell’Euro”, dalla sede del Fondo monetario internazionale il direttore generale Lagarde ha invece risposto che “un’uscita di Atene dall’euro è oggi considerata un’opzione”. Non sembra quindi che ci sia al momento un’unica volontà di intenti rivolta al mantenimento della Grecia dentro la moneta unica, ma che al contrario, per il solo problema greco, si stiano pensando più soluzioni .<br />
In giro tra banchieri, politici, analisti e burocrati non si trova tuttavia una sola personalità, una voce cha sia disposta a scommettere sulla Grecia e sul suo salvataggio.</p>
<p>Nessuno sembra voglia prendersi la responsabilità di ammettere ciò che agli occhi di tutti sembra chiaro da mesi: la Grecia è fallita. Una dichiarazione pubblica però rischierebbe di scatenare un’altra volta, e stavolta con effetti letali, una tempesta finanziaria sopra i cieli della moneta unica.</p>
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		<title>Quarant&#8217;anni dopo, evitiamo gli errori di allora</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 09:13:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>naso</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[di Domenico Naso Quarant&#8217;anni fa, oggi, moriva il commissario Luigi Calabresi. Questo articolo potrebbe anche finire qui, perché di parole su quell&#8217;evento tragico ne sono state già sprecate troppe. Ma il quarantennale dell&#8217;agguato cade in un periodo particolare e preoccupante, un periodo in cui rifanno capolino rigurgiti terroristici che si mescolano a un clima economico e sociale preoccupante e rischiano di creare un corto circuito potenzialmente devastante. Ecco perché il ricordo di Calabresi quest&#8217;anno deve assumere un significato diverso. Un un mero esercizio di retorica, tantomeno l&#8217;ennesima occasione per riaprire diatribe cultural-giudiziarie che ormai non hanno più senso di esistere. Piuttosto, ripercorriamo gli anni di piombo e cerchiamo di scovare le analogie con i giorni nostri. Anche gli anni Settanta, come oggi, erano anni di crisi economica e di austerità, di sacrifici chiesti ai cittadini e di menefreghismo di una casta viziata da decenni di vacche grasse. Anche negli anni Settanta, il quadro politico era impantanato in una incapacità cronica di rinnovarsi e autocorreggersi. Anche allora, come oggi, qualche cattivo maestro, magari anche in buona fede, contribuiva a esacerbare gli animi e fomentare l&#8217;esasperazione della gente. Gli errori commessi allora, sia da chi fiancheggiava che da chi avrebbe dovuto contrastare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Domenico Naso</em></p>
<p>Quarant&#8217;anni fa, oggi, moriva il commissario Luigi Calabresi. Questo articolo potrebbe anche finire qui, perché di parole su quell&#8217;evento tragico ne sono state già sprecate troppe.<br />
Ma il quarantennale dell&#8217;agguato cade in un periodo particolare e preoccupante, un periodo in cui rifanno capolino rigurgiti terroristici che si mescolano a un clima economico e sociale preoccupante e rischiano di creare un corto circuito potenzialmente devastante.<br />
Ecco perché il ricordo di Calabresi quest&#8217;anno deve assumere un significato diverso. Un un mero esercizio di retorica, tantomeno l&#8217;ennesima occasione per riaprire diatribe cultural-giudiziarie che ormai non hanno più senso di esistere.<br />
Piuttosto, ripercorriamo gli anni di piombo e cerchiamo di scovare le analogie con i giorni nostri. Anche gli anni Settanta, come oggi, erano anni di crisi economica e di austerità, di sacrifici chiesti ai cittadini e di menefreghismo di una casta viziata da decenni di vacche grasse. Anche negli anni Settanta, il quadro politico era impantanato in una incapacità cronica di rinnovarsi e autocorreggersi. Anche allora, come oggi, qualche cattivo maestro, magari anche in buona fede, contribuiva a esacerbare gli animi e fomentare l&#8217;esasperazione della gente.<br />
Gli errori commessi allora, sia da chi fiancheggiava che da chi avrebbe dovuto contrastare il fenomeno, non devono ripetersi. Va assolutamente evitato, per esempio, l&#8217;esercizio italico di indicare l&#8217;avversario politico o culturale come il nemico da abbattere. Successe con Calabresi dopo Piazza Fontana e la morte di Pinelli, sta succedendo oggi con Equitalia (che comunque è un ente che va rivisto radicalmente) e con tutti coloro che hanno a che fare con i sacrifici che gli italiani si trovano ad affrontare. È successo lo stesso con Marco Biagi, nonostante chi lo aveva ferocemente criticato e “colpevolizzato” per il suo rivoluzionario (e meritorio, aggiungiamo noi) Libro bianco, oggi sembra uno dei suoi migliori amici.<br />
Non è il caso di ripetere drammatici errori (sperando che siano solo errori e non strategie ben studiate) e di piangere altri morti sacrificati sull&#8217;altare ridicolo e stantio della rivoluzione e della lotta di classe. Dimostriamo, quarant&#8217;anni dopo la morte di Calabresi, di essere diventati grandi. Dimostriamo, a partire da oggi, di saper affrontare i momenti difficili con coesione e spirito di sacrificio. Siamo tutti sulla stessa barca, e buttare qualcuno a mare solo perché la pensa in maniera diversa da noi è un vizio tutto italico che va cancellato. Subito.</p>
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		<title>Troppa luce acceca chi illumina</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 09:21:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>naso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Televisione]]></category>

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		<description><![CDATA[di Alessandro Berni Quello che non ho, nuova trasmissione del collaudato duo Fazio/Saviano è cominciata in anticipo ieri mattina sulle pagine del Foglio. Il direttore Giuliano Ferrara dice basta a Saviano, colpevole di non meritarsi gli spazi di Bocca, di essere un mediocre scrittore e di non dire mai nulla di nuovo. Roberto Saviano, da Gomorra in poi, è diventato suo malgrado un riflettore acceso perennemente sia quando parli in televisione o faccia una passeggiata a Villa Borghese. Ferrara prova a attirare su di sé un po’ di questa luce con un’aggressività smisurata, spesso latente quando gli argomenti dei suoi editoriali sono corruzione o figli di papà e ballerine eletti a parlamentari e consiglieri. In un’aria da Seconda Repubblica e mezzo, in un presente globale sempre più gassoso, la polemica dura poche ore e la trasmissione comincia davvero. Quello che non ho è un programma basato sulla forza delle parole, interpretate spesso sottovoce per lasciare spazio alle emozioni e ai contenuti. Tra gonne lunghe e toni educati, discontinua come il pensiero umano, la trasmissione ha il pregio di commuovere a più riprese, il difetto di impaludarsi in pause e dissertazioni a volte troppo lunghe. Tra i vari maestri della parola intervenuti, Pupi Avati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Alessandro Berni</em></p>
<p>Quello che non ho, nuova trasmissione del collaudato duo Fazio/Saviano è cominciata in anticipo ieri mattina sulle pagine del Foglio. Il direttore Giuliano Ferrara dice basta a Saviano, colpevole di non meritarsi gli spazi di Bocca, di essere un mediocre scrittore e di non dire mai nulla di nuovo. Roberto Saviano, da Gomorra in poi, è diventato suo malgrado un riflettore acceso perennemente sia quando parli in televisione o faccia una passeggiata a Villa Borghese. Ferrara prova a attirare su di sé un po’ di questa luce con un’aggressività smisurata, spesso latente quando gli argomenti dei suoi editoriali sono corruzione o figli di papà e ballerine eletti a parlamentari e consiglieri.</p>
<p>In un’aria da Seconda Repubblica e mezzo, in un presente globale sempre più gassoso, la polemica dura poche ore e la trasmissione comincia davvero. Quello che non ho è un programma basato sulla forza delle parole, interpretate spesso sottovoce per lasciare spazio alle emozioni e ai contenuti. Tra gonne lunghe e toni educati, discontinua come il pensiero umano, la trasmissione ha il pregio di commuovere a più riprese, il difetto di impaludarsi in pause e dissertazioni a volte troppo lunghe. Tra i vari maestri della parola intervenuti, Pupi Avati sceglie i brividi di una vita che fugge via come acqua fra le dita; Erri De Luca ricorda la poesia del gesto di costruire; picchiano duro Lerner e Travaglio. In particolare, quest’ultimo cita il proprio vate Indro Montanelli per ricordare la prima e onorevole destra storica di Cavour, poi smarritasi nel corso della storia d’Italia fino a diventare irriconoscibile e tramutatasi in antipolitica oggi. Il programma ha il merito di ospitare anche una delle madri di Beslan, ricordando le vittime di quella strage e le vite dei parenti rimaste ancora senza giustizia; turba e fa vergognare con Yvan Sagnet, studente africano che non in Alabama nell’ottocento o in Sud Africa il secolo passato, ma in Italia la scorsa estate ha conosciuto sulla sua pelle la schiavitù del lavoro nei campi.</p>
<p>In generale, gli ospiti sono stati più pungenti e bravi a tenere alta l’attenzione dello spettatore dei padroni di casa: Fazio si è ritrovato spesso in ritardo, ammutolito dalle proprie lacrime agli occhi mentre Saviano è sembrato molto nervoso, impegnato a grattarsi la testa in continuazione intanto che dei suoi monologhi cercava le parole. Lo scrittore di Gomorra ha cominciato la trasmissione ricordando certe losche vicinanze tra alcuni esponenti della Lega e la ‘ndrangheta, quindi ha parlato della strage di Beslan per poi finire trattando il tema dell’usura sottolineando i danni che provoca lo Stato italiano quando paga in ritardo i suoi creditori.</p>
<p>Finita la prima puntata, stasera e domani i prossimi round di una trasmissione che fa senz’altro bene al palinsesto televisivo generale. Naturalmente sia Saviano che Ferrara sono invitati a parlare ancora. Considerato quello che si è sentito finora, l’unico vero basta che vien voglia da dire è alla Littizzetto e alla sua volgarità brutta e gratuita.</p>
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		<title>Cosa resterà del sarkozysmo?</title>
		<link>http://www.fareitaliamag.it/2012/05/14/cosa-restera-del-sarkozysmo/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 13:36:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>naso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[di Francesco Molica ed Emanuele Ricci «Porto tutte le responsabilità di questa sconfitta». Non occorreva aggiungere altro. L’ultimo canto del cigno, l’atto di colpa al quale domenica 6 maggio Nicolas Sarkozy ha affidato la sua uscita di scena, merita di essere preso alla lettera. Molto più della manna della crisi, che tante teste illustri ha già fatto rotolare ad ogni latitudine europea e prendendo alla sprovvista il presidente del “lavorare di più per guadagnare di più” ne ha dinamitato l’ambiziosa agenda riformista. Molto più di un Partito Socialista sul quale fino all’altro ieri aleggiava un clima da notte dei lunghi coltelli, quei “piccoli omicidi tra amici” consumati sulle spoglie politiche di Lionel Jospin. E molto più di quel François Hollande, apparso in debito di carisma quanto di coerenza sino agli sgoccioli della campagna, riavendosi in tempo per vincere ai punti il faccia a faccia tra primo e secondo turno. Molto più di tutto questo, Sarkozy è stato battuto anzitutto da se stesso. Il personaggio e l’uomo hanno avuto ragione del politico. Tutte le ombre di un carattere impetuoso, sovente irascibile, troppo poco “presidenziale”, hanno quasi relegato sullo sfondo meriti e demeriti di un quinquennato tra i più burrascosi della République. Mai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Francesco Molica ed Emanuele Ricci</em></p>
<p>«Porto tutte le responsabilità di questa sconfitta». Non occorreva aggiungere altro. L’ultimo canto del cigno, l’atto di colpa al quale domenica 6 maggio Nicolas Sarkozy ha affidato la sua uscita di scena, merita di essere preso alla lettera. Molto più della manna della crisi, che tante teste illustri ha già fatto rotolare ad ogni latitudine europea e prendendo alla sprovvista il presidente del “lavorare di più per guadagnare di più” ne ha dinamitato l’ambiziosa agenda riformista. Molto più di un Partito Socialista sul quale fino all’altro ieri aleggiava un clima da notte dei lunghi coltelli, quei “piccoli omicidi tra amici” consumati sulle spoglie politiche di Lionel Jospin. E molto più di quel François Hollande, apparso in debito di carisma quanto di coerenza sino agli sgoccioli della campagna, riavendosi in tempo per vincere ai punti il faccia a faccia tra primo e secondo turno. Molto più di tutto questo, Sarkozy è stato battuto anzitutto da se stesso.</p>
<p>Il personaggio e l’uomo hanno avuto ragione del politico. Tutte le ombre di un carattere impetuoso, sovente irascibile, troppo poco “presidenziale”, hanno quasi relegato sullo sfondo meriti e demeriti di un quinquennato tra i più burrascosi della <em>République</em>. Mai un presidente aveva generato tanto ostracismo nell’opinione pubblica.</p>
<p>E’ il solenne “spostati imbecille” servito sotto una coltre di telecamere al contestatore del salone dell’agricoltura. Sono le bisbocce del Fouqet’s, il tempio della dolce vita parigina, dove Sarkò festeggiò la vittoria del 2007 e le ostentate <em>liaisons dangereuses</em> con i tycoon più invisi dell’Esagono in un paese dove la ricchezza resta un tabù. E ancora: il tamtam stucchevole dei rotocalchi rosa sul divorzio con Cecilia e l’amore patinato con Carlà ad aver persuaso la Francia ad esprimere un voto “contro” il presidente uscente, prima ancora che a favore di uno dei candidati alternativi. Forse una campagna elettorale più centrata (e centrista) avrebbe potuto contenere i danni confermandolo di misura all’Eliseo. Invece, partito con il piede giusto, Sarkozy ha dilapidato tutto il suo capitale presidenziale in una corsa forsennata al cosiddetto voto lepenista. Era sceso in campo lo scorso febbraio giocando le carte della sobrietà e della continuità, assumendo quel piglio distaccato da “padre della patria” che permise la rielezione sia di Mitterand che di Chirac. Una strategia che, connotata da una retorica di verità e responsabilità su temi come l’economia e l’euro, stava cominciando a dare i suoi frutti. Tant’è vero che, complice il successo dell’intervento in Libia, la stella di Sarkozy aveva ripreso a brillare dopo aver toccato livelli di impopolarità da record. Ma non poteva durare: a fronte di sondaggi che evidenziavano un miglioramento costante, seppur troppo lento, l’impazienza dell’iperpresidente è tornata a prendere il sopravvento in un tripudio di populismo al vetriolo. Preoccupato dall’ascesa del Fronte Nazionale di Marine Le Pen, Sarkozy ha mutuato i propri cavalli di battaglia, cominciando a cannoneggiare a tutto spiano contro immigrati ed Europa. E di nuovo il Sarkozy candidato, ubriaco di demagogia, è apparso correre contro il Sarkozy presidente. Sino alla disfatta del secondo turno.</p>
<p>Lo stesso Henri Guaino, <em>plume</em> fedele dell’ormai ex presidente e in larga parte artefice del trionfo del 2007, pare che di tutta la campagna avesse preparato in realtà solo il discorso di commiato. Un discorso carico ed intenso, apprezzato anche dai più acerrimi nemici: la testimonianza fiori tempo massimo di un presidente diverso da come abbiamo imparato a conoscerlo. Il volto umano del sarkozysmo alla fine è venuto alla luce attraverso una gestualità meno pronunciata e aggressiva; i toni forti, almeno per una volta, hanno lasciato spazio a passaggi commoventi, a parole affettuose e riconcilianti. A quello spirito del <em>rassemblement</em> su cui Hollande ha scommesso la propria corsa alla presidenza. Troppo tardi. A molti militanti gollisti resta l’amaro in bocca perché il tanto paventato cappotto a Hollande non c’è stato e una diversa strategia elettorale, magari meno strillata, meno ossessionata dall’immigrazione e della sicurezza, avrebbe potuto produrre un risultato diverso.</p>
<p>Fine della storia? Non ancora. Cinque anni di presidenza, e una carriera politica folgorante, non possono essere liquidati alla bell’e buona. Sarkozy, nel bene o nel male, ha cambiato il volto della destra transalpina, lasciando un’impronta indelebile nella storia della Repubblica. Cosa resterà del sarkozysmo?</p>
<p>Almeno per il momento, il capo carismatico, colui che ha svecchiato lo schieramento gollista e stravolto il modo di comunicare in politica, sembra irremovibile sulla sua decisione di passare la mano, di ritirarsi definitivamente dalla scena. Eppure a giudicare dalla mole di articoli, saggi e libri dedicati all’ormai ex presidente viene da pensare che l’onda lunga del sarkozysmo sia destinata a durare ancora per molto. I concetti di <em>ouverture</em> e di <em>rupture</em> sono entrati di fatto nel vocabolario politico transalpino e sono ad oggi le principali innovazioni prodotte dal sarkozysmo. In un paese paralizzato dall’immobilismo di Chirac e ancorato ai vecchi sogni della <em>grandeur</em> gollista, Sarkozy si era imposto come l’uomo del cambiamento, capace di produrre quella discontinuità che al netto della “spettacolarizzazione della sua vita privata” gli avrebbe sicuramente permesso la riconferma all’Eliseo. “Fatale fu il suo impeto”, si dirà.</p>
<p>La verità è che la principale sfida del self-made man venuto da Neully-sur-Seine è stata, durante questi anni passati al comando, quella di scommettere sulla politica proprio quando quest’ultima stava attraversando il suo periodo peggiore. Per questo lo si è visto dimenarsi su tutti i fronti in una lotta quasi impari contro le circostanze, facendo strame di quell’etichetta presidenziale che chiede all’Eliseo di restare al di fuori e al di sopra degli “affari correnti”. Sarkozy, al contrario, non ha mai rinunciato a “sporcarsi le mani”, ad imporre l’agenda di governo, a costo di fare apparire il primo ministro François Fillon come un semplice valletto. Senza contare la grinta, talvolta eccessiva, sfoderata sul versante della diplomazia internazionale. Eterno protagonista in tutti i summit europei, anche in politica estera la sua iperpresidenza è stata il frutto di una vera e propria ossessione per l’azione: dopo aver ristabilito l’asse con Berlino &#8211; diventato centrale nel processo di <em>decision making</em> europeo &#8211; e aperto una nuova stagione nei rapporti bilaterali con gli Stati Uniti, Sarkozy è volato a Tbilisi nelle vesti di paciere per trattare il cessate il fuoco nella guerra in Georgia del 2008, quindi si è trasformato in un falco interventista contro il tiranno libico lo scorso anno.</p>
<p>In positivo o in negativo si è ricavato un posto da protagonista sulla scena internazionale, cosa che ha irritato in alcuni casi i suoi partner europei. Infatti, se da un lato il suo volontarismo ha permesso una sintesi tra i 27 stati membri su alcuni temi scottanti (vedi semestre di presidenza francese), dall’altro la sua continua voglia di primeggiare non ha certamente favorito il già laborioso processo d’integrazione europea.</p>
<p>Nondimeno, la sua impressionante carriera politica e la sua sfrontatezza nel fare propria l’analisi gramsciana secondo la quale “il potere si raggiunge con le idee” restituiscono almeno in parte l’eccezionalità del personaggio. Mai prima di lui un presidente conservatore aveva osato citare in un discorso pubblico Juarès e Blum, due personaggi storici del socialismo d’oltralpe. Sarkozy ha capito invece, prima di altri, che il lento ma progressivo tramonto delle ideologie dello scorso secolo stava aprendo nuovi scenari per la politica contemporanea. Qui sta la pietra angolare del sarkozismo: nell’aver forgiato una nuova identità politica attraverso la fusione di formule e concetti alcune volte anche molto distanti tra loro, quando non sincretici, nell’aver continuato ad agire sulle contingenze del momento piuttosto che nel rispetto di percorsi predefiniti. In questa sua “politica a geometria variabile” l’ex presidente ha saputo alternare metodi e indirizzi diversi, così travolgendo gli ultimi steccati rimasti ancora in piedi. Assieme ad un ego troppo ingombrante da lasciare indifferente l’opinione pubblica, l’aver osato correre oltre i confini consunti delle tradizioni politiche del passato è al tempo stesso la debolezza e la forza di questa presidenza. Una presidenza vissuta al limite, dove non c’è stato spazio per le sfumature: Sarkozy è stato bianco e nero, falco e colomba, statalista e liberista, ma soprattutto vittima del clamore mediatico che lo aveva portato a trionfare nel 2007.</p>
<p>Nel futuro prossimo dell’ex presidente può darsi che ci sia una poltrona d’orata nel consiglio d’amministrazione di una multinazionale, leggi alla voce Gerhard Schröder. Oppure no. E’ eretico dirlo ora, ma c’è forse un luogo che ha ancora bisogno della caparbia e del pragmatismo di Sarkozy: l’Europa. Per non scomparire, per non tramutarsi in una dependance amministrativa del Consiglio Ue, la Commissione del dopo-Barroso dovrà affidarsi una guida politica di statura, ben introdotta, e da ultimo sfrontata e arrogante. Di un comunicatore e di un provocatore che sappia tenere testa agli stati membri. Di un Nicolas Sarkozy.</p>
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		<title>Casini ha capito, Fli (forse) no</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 10:57:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>naso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[L'editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[di Domenico Naso Pierferdinando Casini è stato chiaro: il Terzo Polo è servito ad agevolare l&#8217;uscita dal berlusconismo ma oggi non è percepito come casa comune dei moderati italiani. Un de profundis che da un paio di giorni fa discutere (e litigare) chi aveva puntato tutte le sue fiches politiche su un progetto ambizioso, nato con l&#8217;intento dichiarato di scardinare il bipolarismo italiano. Eppure, nonostante l&#8217;innegabile crisi del centrodestra, gli elettori non hanno premiato la scommessa di Casini, Fini e Rutelli, con la sola Udc che ha tenuto e Futuro e Libertà in affanno. E proprio tra Udc e Fli pare si stia giocando la partita più importante dopo il fallimento del Terzo Polo. Se Casini punta a una casa comune dei moderati, magari riallacciando i rapporti con il Pdl, tra i finiani serpeggia un&#8217;intenzione opposta e contraria: allearsi con il Pd. E non si tratta di una estemporanea dichiarazione dei “falchi”, i duri e puri del riposizionamento a sinistra, che agitano le acque spesso e volentieri tra le fila del partito del presidente della Camera. È Italo Bocchino, vicepresidente del partito, a paventare l&#8217;ipotesi. In un&#8217;intervista a Repubblica, l&#8217;uomo forte di Futuro e Libertà ipotizza un patto tra centristi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Domenico Naso</em></p>
<p>Pierferdinando Casini è stato chiaro: il Terzo Polo è servito ad agevolare l&#8217;uscita dal berlusconismo ma oggi non è percepito come casa comune dei moderati italiani. Un <em>de profundis</em> che da un paio di giorni fa discutere (e litigare) chi aveva puntato tutte le sue fiches politiche su un progetto ambizioso, nato con l&#8217;intento dichiarato di scardinare il bipolarismo italiano.<br />
Eppure, nonostante l&#8217;innegabile crisi del centrodestra, gli elettori non hanno premiato la scommessa di Casini, Fini e Rutelli, con la sola Udc che ha tenuto e Futuro e Libertà in affanno. E proprio tra Udc e Fli pare si stia giocando la partita più importante dopo il fallimento del Terzo Polo. Se Casini punta a una casa comune dei moderati, magari riallacciando i rapporti con il Pdl, tra i finiani serpeggia un&#8217;intenzione opposta e contraria: allearsi con il Pd. E non si tratta di una estemporanea dichiarazione dei “falchi”, i duri e puri del riposizionamento a sinistra, che agitano le acque spesso e volentieri tra le fila del partito del presidente della Camera. È Italo Bocchino, vicepresidente del partito, a paventare l&#8217;ipotesi. In un&#8217;intervista a Repubblica, l&#8217;uomo forte di Futuro e Libertà ipotizza un patto tra centristi e democratici (e solo con una parte del Pdl, scelta probabilmente secondo i gusti dello stesso Bocchino), con le ali estreme tagliate. Un minestrone indistinto, a quanto pare, che assumerebbe su di sé la responsabilità di governare il paese dal 2013. Il problema, però, è che Italo Bocchino considera “ala estrema” anche il Pdl, cioè il partito di cui era autorevole esponente fino a meno di due anni fa. Pierferdinando Casini pare non pensarla allo stesso modo. Il leader dell&#8217;Udc sa benissimo, da politico accorto e navigato com&#8217;è, che una casa comune dei moderati non può prescindere dal Popolo della Libertà, non può nascere bypassando il gruppo di maggioranza relativa in Parlamento. Magari qualche rinnovamento di idee e classe dirigente al Pdl serve davvero, e questo lo sa anche Angelino Alfano, ma è cosa ben diversa dal considerarlo alla stregua di Idv, Sel e Lega Nord.<br />
Casini, dopo la presa di coscienza delle amministrative, pare si stia muovendo nella direzione giusta. Dentro Fli, invece, sembra essere in atto un “liberi tutti” che provoca solo confusione. Magari si parlino di più, gli alleati (o ex?) del Terzo Polo. E fa bene Casini a non preoccuparsi troppo dei voli in picchiata dei falchi finiani: “Non mi sveglio al mattino pensando a Granata e Briguglio”, ha detto il leader Udc. E nemmeno a Bocchino, a quanto pare.</p>
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		<title>Autocritica subito, o sarà troppo tardi</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 10:29:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>moretti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Andrea Urso L’Italia è spaccata in due e da diversi punti di vista. La maggioranza degli elettori o non vota o vota Grillo e altre liste protestatarie. In altre parole, non crede più alla politica. Chi continua ad animare i partiti e buona parte di quelli che li votano, invece, sembrano essere piccoli eserciti clientelari, uniti a chi non si rassegna a veder svanire una dimensione pubblica e comunitaria del vivere. Oltre metà dell’Italia non crede all’Europa, all’Euro e ai vincoli che imbrogliano – si direbbe imbrigliano, ma quella “o” fa la differenza sotto molti aspetti – la nostra economia e il nostro sistema di welfare. Chi resta affezionato alle istituzioni comunitarie, spendendosi per convincere la gente della loro bontà, ha il difetto, spesso, di vivere grazie a quelle istituzioni o, addirittura, di dovere a quelle la sua ricchezza. Da una parte, c’è un’Italia – definiamola “legale”, come faceva Almirante – che crede che il rigore debba essere fatto sopportare alla gente, meglio ancora se alla povera gente, tenendosi ben stretti privilegi e prebende; dall’altra, c’è un’Italia “reale” che reclama giustizia e, in particolar modo, giustizia sociale. Napolitano può ridere e scherzare quanto crede, ma il voto di ieri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Andrea Urso</em></p>
<p>L’Italia è spaccata in due e da diversi punti di vista. La maggioranza degli elettori o non vota o vota Grillo e altre liste protestatarie. In altre parole, non crede più alla politica. Chi continua ad animare i partiti e buona parte di quelli che li votano, invece, sembrano essere piccoli eserciti clientelari, uniti a chi non si rassegna a veder svanire una dimensione pubblica e comunitaria del vivere. Oltre metà dell’Italia non crede all’Europa, all’Euro e ai vincoli che imbrogliano – si direbbe imbrigliano, ma quella “o” fa la differenza sotto molti aspetti – la nostra economia e il nostro sistema di welfare. Chi resta affezionato alle istituzioni comunitarie, spendendosi per convincere la gente della loro bontà, ha il difetto, spesso, di vivere grazie a quelle istituzioni o, addirittura, di dovere a quelle la sua ricchezza. Da una parte, c’è un’Italia – definiamola “legale”, come faceva Almirante – che crede che il rigore debba essere fatto sopportare alla gente, meglio ancora se alla povera gente, tenendosi ben stretti privilegi e prebende; dall’altra, c’è un’Italia “reale” che reclama giustizia e, in particolar modo, giustizia sociale. Napolitano può ridere e scherzare quanto crede, ma il voto di ieri è spaventosamente chiaro.</p>
<p>Anzi, fa impressione che a Grillo, ancora ieri, dopo l’indubbio successo di cui tutti parlano, sia stata ancora negata la ribalta della televisione nazionale. Certo, dialogando con milioni di elettori e con il suo particolare stile, può darsi che il fenomeno Grillo si sgonfi alla stessa velocità con cui è cresciuto; ma se fosse altrettanto seducente di quando parla a migliaia di persone in piazza? Oggi non lo nota nessuno, ma nella presenza elettorale di Grillo, pur ancora a macchia di leopardo, evidenzia l’esponenzialità dei consensi da un’elezione all’altra. Dove era presente con una certa forza, il Movimento 5 Stelle è andato fortissimo; dove si era affacciato con una certa rilevanza uno o due anni or sono, è diventato una forza; dove si è presentato per la prima volta, ha messo già un piede nelle istituzioni a cui si è candidato. Piaccia o meno, la sua crescita adesso appare irresistibile. Soprattutto, se l’ignavia del Pdl di Alfano persisterà nella strada in cui si è infilato, regalando proprio a Grillo (i voti della Sinistra, seppur sparsi, sono rimasti in gran parte a sinistra) parte dei suoi consensi e relegando il resto nell’astensione. Per chiudere il cerchio, c’è da registrare il sostanziale fallimento del progetto Terzo Polo, con l’aggravante di una performance a dir poco disastrosa delle liste di Futuro&amp;Libertà, con poche eccezioni, al Sud, confermative della regola.</p>
<p>Per altro, il partitino di Fini raccoglie qualche consenso di una certa rilevanza solo dove si presenta alleato in coalizione con quel Pdl che voleva distruggere. Oddio, Fini un risultato lo ha ottenuto, anzi, due: il massacro del Pdl; la forse definitiva archiviazione di ogni possibile forma di destra politica. Già, perché in questa tornata non s’inabissa solo quella parte di Centrodestra che sostiene Monti; va letteralmente giù per le scale di cantina anche la Destra radicale, quella rappresentata da Storace e dai partitini anti-sistema (Fn, Fiamma tricolore, ecc.), che non riesce ad andare oltre alle percentuali da vecchio prefisso telefonico. Anche la protesta di destra sembra orientarsi verso Grillo e ciò tradisce evidentemente un problema di classi dirigenti, non ritenute né credibili né affidabili dagli elettori. In politica, nulla è mai perduto per sempre, ma senza una profonda analisi autocritica da parte di coloro che temono un’Italia divisa tra incapaci di Sinistra e sprovveduti grillini – autocritica che dovrebbe essere accompagnata e rafforzata anche da qualche passo indietro da chi rappresenta questa parte di Italia da un quindicennio a oggi -, bisognerà rassegnarsi a un non breve periodo di “fantasia al potere”.</p>
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		<title>La versione di Segni. Appunti di storia italiana</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 11:45:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>naso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Ritratti]]></category>

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		<description><![CDATA[di Francesca Siciliano Scaglie di storia italiana e frammenti, appunti, riflessioni. Antonio Segni nel suo diario ha offerto ai posteri un resoconto inedito e interessante della sua vita privata e pubblica negli anni che vanno dal 1956 al 1964. Impegni istituzionali, appuntamenti giornalieri, pareri, pensieri e giudizi si intrecciano e prendono vita attraverso le sue memorie, sullo sfondo di un&#8217;Italia uscita da poco dalla guerra. «Gli avvenimenti mi inducono a prendere nota (giornaliera o quasi) dei più notevoli fatti della giornata, a sussidio del mio giudizio», scriveva Segni il 1° dicembre del 1956, dando il via al suo diario. Sic et simpliciter, il diario è un insieme di appunti, memorie e ricordi che in futuro, probabilmente, avrebbe voluto rielaborare per un&#8217;opera autobiografia a più ampio respiro. Come afferma Salvatore Mura, curatore del volume, nel suo commento iniziale, nonostante «l&#8217;appuntamento di Segni con il Diario avrebbe dovuto essere giornaliero o quasi, l&#8217;irregolarità è tanto evidente quanto difficile da spiegare». Iniziò a prendere nota degli avvenimenti perché «sentiva il bisogno di scrivere e spesso più che annotare i fatti del giorno – continua Mura – trascriveva o allegava lettere inviate o ricevute». Scritti e appunti preziosi che fanno emergere tanto la personalità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Francesca Siciliano</em></p>
<p>Scaglie di storia italiana e frammenti, appunti, riflessioni. Antonio Segni nel suo diario ha offerto ai posteri un resoconto inedito e interessante della sua vita privata e pubblica negli anni che vanno dal 1956 al 1964. Impegni istituzionali, appuntamenti giornalieri, pareri, pensieri e giudizi si intrecciano e prendono vita attraverso le sue memorie, sullo sfondo di un&#8217;Italia uscita da poco dalla guerra.<br />
«Gli avvenimenti mi inducono a prendere nota (giornaliera o quasi) dei più notevoli fatti della giornata, a sussidio del mio giudizio», scriveva Segni il 1° dicembre del 1956, dando il via al suo diario. Sic et simpliciter, il diario è un insieme di appunti, memorie e ricordi che in futuro, probabilmente, avrebbe voluto rielaborare per un&#8217;opera autobiografia a più ampio respiro. Come afferma Salvatore Mura, curatore del volume, nel suo commento iniziale, nonostante «l&#8217;appuntamento di Segni con il Diario avrebbe dovuto essere giornaliero o quasi, l&#8217;irregolarità è tanto evidente quanto difficile da spiegare». Iniziò a prendere nota degli avvenimenti perché «sentiva il bisogno di scrivere e spesso più che annotare i fatti del giorno – continua Mura – trascriveva o allegava lettere inviate o ricevute».<br />
Scritti e appunti preziosi che fanno emergere tanto la personalità quanto i ruoli istituzionali rivestiti in quel periodo da Segni. Presidente del Consiglio per due volte tra il &#8217;55 e il &#8217;57 e tra il &#8217;59 e il &#8217;60, vicepresidente del Consiglio e Ministro della difesa tra il &#8217;58 e il &#8217;59 e Presidente della Repubblica tra il &#8217;62 e il &#8217;64, Segni, raccontando sé stesso in toni asciutti ed essenziali (è raro che si dilunghi in resoconti dettagliati) descrive uno spaccato di storia politica a cavallo degli anni Sessanta. A volte in maniera spicciola (13 dicembre &#8217;56: «Oggi a colloquio con i magistrati»), altre con fermezza (31 dicembre &#8217;56: «Rifiuto il televisore che mi ha offerto Rai-tv»). E poi ci parla dei colloqui con Saragat e Tambroni, delle lamentele di Gronchi, della «fredde lettere (ricevute, n.d.r.) da Fanfani».<br />
Attimi di storia che meglio di qualsiasi studio e di qualsiasi analisi ricostruiscono la personalità di un presidente attraverso le sue memorie ed è grazie all&#8217;approfondita ricerca condotta da Salvatore Mura che nasce Antonio Segni – Diario, 1956-1965 (edizioni Il Mulino, euro 22,00).</p>
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		<title>Movimento 5 stelle, tra criticità e opportunità</title>
		<link>http://www.fareitaliamag.it/2012/05/09/movimento-5-stelle/</link>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 09:08:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>moretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[di Alessandro Berni Il 23 marzo 1919, un fascio di persone, insieme a un fascio di idee guidate da un tale Benito Mussolini fondarono i fasci italiani di combattimento. Auto-presentatisi come la terza via alternativa ai partiti di destra a e di sinistra, i fasci italiani si proposero in opposizione a tutto il sistema partitico democratico additato a trasformista e incapace di seguire umori e necessità del popolo italiano. I fasci italiani si trasformarono nel Partito Nazionale Fascista nel 1921 e a seguito della Marcia su Roma avvenuta dal 22 al 29 ottobre del 1922, Benito Mussolini venne eletto come primo ministro d’Italia. Nel 2005 una rete di persone assieme a una rete d’idee guidate da un certo Beppe Grillo cominciò a dialogare insieme nel blog aperto dal comico genovese. In opposizione al sistema partitico italiano la rete intraprese diverse iniziative quali Parlamento pulito, quindi nel 2007 organizzò il primo V-day celebration. “Presto per governare non servirà più avere una televisione, un giornale e una squadra di calcio”, minacciava Beppe Grillo. E tutti ridevano. Nel 2010, Beppe Grillo fondò un partito presentato come a-partitico chiamato Movimento 5 stelle, terza via alternativa ai partiti di destra e di sinistra, in totale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Alessandro Berni</em></p>
<p>Il 23 marzo 1919, un fascio di persone, insieme a un fascio di idee guidate da un tale Benito Mussolini fondarono i fasci italiani di combattimento. Auto-presentatisi come la terza via alternativa ai partiti di destra a e di sinistra, i fasci italiani si proposero in opposizione a tutto il sistema partitico democratico additato a trasformista e incapace di seguire umori e necessità del popolo italiano. I fasci italiani si trasformarono nel Partito Nazionale Fascista nel 1921 e a seguito della Marcia su Roma avvenuta dal 22 al 29 ottobre del 1922, Benito Mussolini venne eletto come primo ministro d’Italia.</p>
<p>Nel 2005 una rete di persone assieme a una rete d’idee guidate da un certo Beppe Grillo cominciò a dialogare insieme nel blog aperto dal comico genovese. In opposizione al sistema partitico italiano la rete intraprese diverse iniziative quali Parlamento pulito, quindi nel 2007 organizzò il primo V-day celebration. “Presto per governare non servirà più avere una televisione, un giornale e una squadra di calcio”, minacciava Beppe Grillo. E tutti ridevano.</p>
<p>Nel 2010, Beppe Grillo fondò un partito presentato come a-partitico chiamato Movimento 5 stelle, terza via alternativa ai partiti di destra e di sinistra, in totale dissenso con l’intero sistema dei partiti attuale. Inquietanti analogie sfiorano i fasci di combattimento di Benito Mussolini con Beppe Grillo e il suo movimento. La prima considerazione che viene da fare è che il vuoto politico riempito da Forza Italia nel 1994 si è trasformato in abisso meno di venti anni dopo.</p>
<p>Al di là delle percentuali dei sondaggi altalenanti, oggi, in Italia, un blog di nome Beppe Grillo è la terza forza politica del Paese. L’exploit alle amministrative, anticipa l’ingresso in Parlamento di questo movimento che rischia di conquistare più voti di Casini e Fini messi assieme. Sarebbe fazioso parlarne in maniera soltanto buona o cattiva. Il movimento contiene fermenti preoccupanti quanto positivi. Preoccupanti sono infatti le tante esternazione del comico come quella dell’ultim’ora: “Io sono la Terza Repubblica”. Deliri da vero duce. Scrisse una volta Montanelli: “L’Italia è sempre disposta ad acclamare un tenore. Un tenore come Mussolini l’Italia non lo sentiva dai tempi di Cola e di Savonarola”.</p>
<p>Scomparso il grande giornalista, i suoi aforismi sugli italiani rimangono ancora validi. In Beppe Grillo, l’Italia ha trovato il tenore di questo presente. Nonostante le stecche clamorose su argomenti quali mafia, debito pubblico e ius soli, il suo movimento va avanti. Tanto peggio se la lettura del suo programma trova spesso soltanto idee abbozzate e lacune di vario genere. La rete li migliorerà, assicurano i grillini. La rete correggerà le cazzate di Grillo, assicurano sempre loro.</p>
<p>Ma chi sono, gli aderenti al movimento 5 stelle? Sono persone normali che finora non hanno mai fatto politica attiva, sono quelle escluse da sempre dai privilegi, fuori da ogni casta. Sono i vinti della globalizzazione. Il 99%. Sono quelli che si sentono tartassati, che credono sia possibile rivoluzionare il Paese dal basso. Sono i mai ascoltati. I disillusi. I più facinorosi.</p>
<p>Dicevamo, il movimento contiene anche fermenti positivi per tutti, in quanto può essere l’ennesimo e decisivo stimolo per rivedere davvero la legge elettorale, ridando ai cittadini la preferenza diretta, evitando finalmente di mettere nelle proprie liste candidati condannati in via definitiva. Visti i suoi risultati, può motivare la vera classe dirigente e i veri partiti già radicati sul territorio a cominciare a fare politica sempre più attraverso l’uso della Rete, fornendo strumenti di ascolto, ma anche opportunità di partecipazione politica concreta, occasione di segnale per chi vi partecipa e premio per i migliori comunicatori e promotori delle iniziative e idee più valide.</p>
<p>Altrimenti sarà davvero la morte dei partiti (in stand-by da quando si è insediato l’attuale governo tecnico dal 16 novembre 2011). E quindi della democrazia.</p>
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